Perché gli allevamenti intensivi non sono in grado di sfamare il mondo

La nostra società, considerata su scala globale, spreca almeno la metà del cibo che produce, dandolo agli animali d’allevamento, buttandolo via o lasciandolo marcire.

Se le risorse del pianeta fossero infinite, questo problema potrebbe passare in secondo piano. Purtroppo però queste sono limitate: l’attuale sistema di produzione del cibo non è più sostenibile da tempo, e la situazione è destinata a peggiorare nel giro di pochissimi decenni.

Esiste infatti una stima ufficiale dell’Onu secondo la quale con l’aumentare della  popolazione mondiale di circa due miliardi entro il 2050, la richiesta mondiale del cibo aumenterà del 70-100%.1  

In questo scenario, l’allevamento intensivo non costituisce una via percorribile. 

Il motivo per cui questo sistema è completamente incapace di sfamare il mondo è semplice: l’allevamento intensivo è un sistema che consuma più di quanto produce.2

 

Fotografia satellitare di un allevamento intensivo. Mishka Henner, 2013. I puntini neri nei rettangoli sulla sinistra sono mucche.
 

Raddoppiare la produzione di cibo entro il 2050 utilizzando i sistemi attuali non è un’opzione sul tavolo.

Sarebbe come se un’azienda idrica con buchi in ogni tubo della propria rete, per soddisfare una richiesta di acqua raddoppiata, si limitasse ad aggiungere altri tubi che perdono acqua allo stesso modo: la fornitura alle case aumenterebbe, ma aumenterebbe anche lo spreco d’acqua. 

Consideriamo la produzione alimentare globale, stimando perdite, conversioni e sprechi in tutta la catena di fornitura. Il cibo destinato agli animali d’allevamento rappresenta il 37% del raccolto commestibile mondiale. Questo cibo ritorna all’uomo sotto forma di alimenti come carne e derivati per una percentuale pari solo all’11% di tutto il raccolto commestibile annuo. Il restante 26% è il netto che si spreca nella conversione. Come puoi facilmente vedere dallo schema, non esiste spreco maggiore all’interno dell’intera catena.3

 


 

 

Come fare quindi ad ottenere tutto il cibo di cui avremo bisogno entro il 2050? La risposta a questo quesito prevede l’abbandono degli allevamenti intensivi e si basa su 3 principi base:

  • rimettere le persone al primo posto
  • ridurre tutti gli sprechi di cibo
  • costruire un’agricoltura che si preoccupi sul serio del futuro

 

1. Rimettere le persone al primo posto

 

Gli allevamenti intensivi sono fabbriche di cibo al contrario: non lo producono, lo sprecano.

Prima dell’avvento del sistema degli allevamenti intensivi, gli animali d’allevamento si cibavano di quello che gli uomini non potevano o non volevano mangiare. L’allevamento intensivo ha invece messo gli animali in competizione diretta con l’uomo per il cibo. 

E se guardiamo le statistiche, non siamo certo noi a vincere: 6 kg di proteine vegetali date agli animali sotto forma di cereali restituiscono in media solo 1 kg di proteine animali.4

 

Oggi, tuttavia, un terzo del raccolto mondiale viene dato agli animali d’allevamento.Se invece questo terzo fosse dato direttamente all’uomo, sfamerebbe ben tre miliardi di persone.6

 

 

Attenzione: i cereali non servono solo per fare colazione. Garantiscono circa la metà delle calorie totali necessarie per gli esseri umani nel mondo. 

 

La domanda sorge spontanea: che senso ha far nascere miliardi di animali e macellarli per ottenere solo meno della metà del cibo investito? La risposta è scontata: nessuno.

 

Ma non si tratta solo di cereali: il 90% della soia prodotta al mondo è destinata agli allevamenti intensivi, mentre invece fino ad un terzo dei pesci pescati non vengono consumati direttamente dalle persone, ma vengono utilizzati come cibo per pesci o altri animali d’allevamento.7

Utilizzare cereali, legumi o qualsiasi tipo di risorsa per sfamare gli animali negli allevamenti intensivi non è solo una pratica sbagliata, ma è completamente illogica dal punto di vista della gestione delle risorse: questo cibo, se non finisse all’interno di un sistema che produce meno cibo di quello che consuma, potrebbe essere destinato all’uomo.

 

2. Ridurre lo spreco di cibo

 

Secondo i calcoli effettuati da T. Stuart, in America settentrionale ed Europa si spreca fino alla metà del cibo disponibile, una quantità sufficiente per soddisfare tra le 3 e le 7 volte in più i bisogni alimentari del miliardo di persone malnutrite al mondo.8

È sconvolgente, ma è un dato che trova conferma nella realtà. Solo nel Regno unito, lo spreco domestico di carne annuo equivale a 50 milioni di polli, un milione e mezzo di maiali e 100 mila bovini.

 

Ph: Jo-Anne McArthur / Animal Equality

 

A cosa è dovuto questo spreco? Alla nostra cultura alimentare di matrice consumistica, che ci spinge a mangiare molta più carne di quanta ne serva, con serie implicazioni di salute riscontrabili ogni volta in cui il profitto diventa più importante  di una corretta alimentazione.

 

Ma il problema non è circoscritto solo al mondo occidentale.

Secondo l’Onu, nel mondo circa un terzo del cibo viene sprecato perché buttato o lasciato marcire.9

Se dovessimo calcolare la quantità di carne sprecata nel mondo ogni anno in un numero equivalente di animali, otterremmo oltre 11 miliardi di polli, 270 milioni di maiali e 59 milioni di mucche allevati, macellati e poi sprecati.

Ma c’è di più: è stato calcolato che il 28% delle terre agricole mondiali viene usato per produrre cibo che viene poi sprecato, al costo di circa 750 miliardi di dollari, l’equivalente del PIL svizzero.10

Riducendo della metà questo spreco avremmo cibo per almeno un altro miliardo di persone.11

 

In questo contesto, non esiste nulla di più efficace per ridurre gli sprechi che passare ad una dieta a base vegetale.

 

 

3. Costruire un’agricoltura che si preoccupi del futuro

 

Nel corso dell’ultimo mezzo secolo molti animali d’allevamento sono scomparsi dai campi per venire confinati in capannoni, costretti all’interno di un sistema agricolo ormai totalmente separato dalla terra e dal cosidetto ‘ciclo pedogenico’.12 

Il ciclo naturale in cui sole e pioggia nutrono la terra, che nutre gli animali, il cui sterco arricchisce il suolo, è stato sostituito da un nuovo sistema dipendente da fertilizzanti sintetici di derivazione fossile. Le monoculture, che contano su pesticidi chimici e fertilizzanti artificiali, stanno consumando il terreno e l’ambiente. 

 

Secondo l’Onu, la produttività del terreno agricolo mondiale potrebbe calare di un quarto nel corso di questo secolo. L’erosione del suolo, colpisce già un terzo del terreno coltivabile mondiale.13

A questo scenario in cui perdiamo terreni a causa dell’urbanizzazione, delle irrigazioni nocive e della desertificazione, oggi dobbiamo aggiungere anche la pressione esercitata sui nostri terreni dagli allevamenti intensivi.

 

 

Entro il 2050 ci saranno circa 2 miliardi di persone in più sulla terra.

Dobbiamo ripensare il nostro sistema di produzione di cibo e dobbiamo farlo con un’urgenza che non ha mai avuto pari nella storia dell’essere umano. L’allevamento intensivo non è e non può essere la risposta.

Siamo già in possesso di tutti i mezzi per sfamare la popolazione attuale e, stando a quello che gli scienziati riescono a prevedere, la popolazione del futuro: produciamo infatti globalmente già abbastanza cibo per nutrire circa 11 miliardi di persone. Sta a noi eliminare gli sprechi, tutelare il pianeta ed attribuire un peso sempre maggiore agli scenari futuri quando compiamo le nostre scelte.

Passare ad un’alimentazione a base completamente vegetale è l’arma più semplice e più potente che abbiamo in mano. È ora di iniziare a difendere il nostro pianeta e, con esso, anche i miliardi di animali rinchiusi negli allevamenti intensivi.

Aziende e governi influenzano le nostre scelte ogni giorno, ma è altrettanto vero che i nostri consumi (e quindi le nostre scelte) influenzano a loro volta il mercato e dunque la produzione.

 

Abbiamo tre grandi occasioni al giorno per contribuire alla creazione di una sistema più giusto e più sano: i nostri pasti. Si tratta di iniziare a considerarli per quello che realmente sono, ossia lo specchio del mondo che desideriamo per noi e per le generazioni future.

 

 

 

Fonte: 

1: ONU, World Economic and Social Survey, New York, 2011

2: FAO, World Livestock 2011: Livestock in Food Security, Roma, 2011

3: Lundquist, The Environmental Food Crisis, 2008

4: David Pimentel et al., Reducing energy inputs in the Us Food System, Human Ecology, 2008, pp 459-471

5: Government Office for Science, Foresight Project on Global Food and Farming Futures Synthesis Report C1: Trends on food demand and production, 2011

6: P. Lymbery, Farmageddon, 2015

7: FAO, State of the World Fisheries and Acquaculture, 2010

8: T. Stuart, Waste: Uncovering the global food scandal, 2009

9: FAO, Global Food Losses and food waste, 2011

10: FAO, Food wastage foodprint: impact on natural resources, 2013

11: P. Stevenson, Feeding nine billion, 2013

12: P. Lymbery, Farmageddon, 2015

13: L.R. Brown, Plan B 4.0: Mobilizing to save civilization, 2009

 

Per approfondire i contenuti contenuti in questo articolo e capire realmente la portata delle nostre scelte quotidiane, consigliamo la lettura del libro di Philip Lymbery, Farmageddon.